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LUGLIO 2023 - SANT’ ARSENIO Oggi - 19 luglio 2023 - mercoledì
della XV settimana del tempo ordinario, la Chiesa ricorda, tra i vari
santi e beati, Sant’Arsenio, detto “il Grande”, eremita. Di Arsenius
(Arsenio), questo il suo nome latino, si conosce pochissimo. Sappiamo
tuttavia che nacque a Roma nel 354 circa, da una nobile famiglia
senatoriale, probabilmente già convertita al cristianesimo. Crebbe
circondato da raffinata cultura e fu finemente educato in ogni campo dello
scibile, tanto che l’Imperatore Teodosio I detto “il Grande” (dal 379
al 395), che l'Imperatore Graziano (dal 375 al 393) aveva associato a se
affidandogli la parte orientale dell'Impero, lo scelse quale precettore
dei suoi figli Arcadio e Onorio. A questo scopo, nel 383, Teodosio lo
fece venire nella sua capitale Costantinopoli, dove restò undici anni,
fino al 394. Nonostante tutto, lo sfarzoso e vizioso ambiente di corte
non si confaceva assolutamente alla sua spiritualità, ligia al dovere e
alla preghiera. Era talmente legato ai suoi sani princìpi, da non
arretrare mai di un passo, quando era conscio di fare o dire una cosa
giusta e alla sequela di Cristo, finendo così per attirarsi il
risentimento di Arcadio, il maggiore dei figli di Teodosio, dedito a una
vita piuttosto immorale, che giunse al punto di ordire contro di lui
una congiura per ucciderlo. Provvidenzialmente, però, tale attentato
fallì e Arsenio, conscio del rischio corso e toccato profondamente da
questa grazia, fu colto da una profonda crisi spirituale, che gli fece
progettare di ritirarsi in un monastero, Nel 410, quando Roma fu
conquistata e saccheggiata dal re barbaro Alarico I, sovrano dei
Visigoti (dal 395 al 410) e l’Impero costruito dai Cesari cominciò a
vacillare e a crollare, Arsenio comprese definitivamente come la sua
vita nel mondo fosse sprecata. Si sentì chiamato verso un nuovo
“Impero”, che non avrebbe temuto le orde dei barbari. Decise di
abbandonare la vita di corte e di ritirarsi in una allora famosa
comunità di anacoreti a Scete (o Scetes), nel deserto egiziano, sotto le
cure spirituali dell’abate e futuro santo Giovanni detto “il Nano”.
Ottenuto l’esonero dall’incarico di educatore imperiale, pertanto, si
trasferì in Egitto per vivere la vita eremitica, presso il monastero San
Macario in Wadi el-Natrun, a novanta chilometri circa dal Cairo, sul
lato occidentale della via del deserto verso il porto mediterraneo
d'Alessandria. Nel monastero, fondato nel 360 da San Macario
“l’Egiziano”, vivevano oltre quattromila monaci di diverse nazionalità,
tra i quali c’erano uomini di lettere, filosofi e membri
dell’aristocrazia del tempo, insieme a semplici contadini analfabeti. Da
quel momento in poi, Arsenio abbandonò lentamente la vita sociale,
iniziando a praticare sempre più il digiuno e a dedicarsi solo alla
preghiera. Fuggiti gli uomini, condusse lì una vita di continua
preghiera, quasi sopprimendo il sonno. Al tramonto, volgeva le spalle al
sole calante e per tutta la notte, con gli occhi fissi al levante,
aspettava l’aurora del nuovo giorno. Soltanto allora, per brevissimo
tempo, si assopiva. Un giorno si presentò al monastero un funzionario,
informandolo della morte di un suo parente prossimo, che lo aveva
nominato unico erede di tutte le sue ricchezze. Arsenio rifiutò
immediatamente le cospicue ricchezze ereditate, rispondendo che non
poteva e non desiderava essere erede di nessuno, perché già da qualche
tempo, per libera scelta, “era morto al mondo”. Nel frattempo, la fama
della sua saggezza e della sua santità si diffondeva e sempre più
persone venivano in pellegrinaggio nel suo convento per vederlo,
parlargli e rivolgergli domande. Le risposte monosillabiche di Arsenio -
convinto di non poter parlare contemporaneamente con gli uomini e con
Dio, preferendo i colloqui con quest’ultimo - non scoraggiavano i
visitatori, che continuavano a venire numerosi. Pregava e piangeva,
stanco e affaticato per le lacrime e il mancato sonno. Pregava per
l’Impero caduto, ma anche di più piangeva sull’infelicità del mondo,
sulla sorte di tanti infelici, sul sacrificio divino, dimenticato e
negletto dagli uomini. Ormai stanco e prossimo alla morte, succedette
quale abate della comunità monastica a San Giovanni “il Nano”. Il suo
pianto, da semplice monaco e da abate, fu assai lungo, fino al giorno in
cui passò, con la morte, alla gioia dell’altra vita. Aveva continuato a
pregare, in silenzioso raccoglimento, per i quarant’anni successivi al
suo arrivo a Scete. Rese l’anima a Dio il 19 luglio del 450 circa, a
Troe presso Menfi (Egitto).
Roberto Moggi
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