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L'impoverimento del linguaggio

Professor X

Salviamo l’italiano, perché alla riduzione dei vocaboli, alla scomparsa dei tempi verbali (congiuntivo, participio passato) corrisponde una diminuzione della nostra intelligenza.
L’impoverimento linguistico si riscontra soprattutto nei giovanissimi e in molti narratori moderni. Ma è la ricchezza semantica che ci permette di esprimere con precisione le nostre emozioni, le nostre sensazioni, i nostri pensieri. Quando i vocaboli si riducono, scompaiono anche i concetti astratti equivalenti. Il risultato? Un impoverimento emotivo e concettuale oltre che linguistico.
All’incapacità di articolare pensieri complessi si accompagna una banalizzazione delle emozioni. Ci sono molteplici sfumature dietro l’espressione “sto bene”; lo stare bene può significare gioia, allegria, contentezza, soddisfazione, letizia, esultanza, giubilo, così come “lo stare male” racchiude tanti sentimenti diversi come la tristezza, la malinconia, l’angoscia, la nostalgia. Questo “analfabetismo emotivo” è sempre più diffuso e purtroppo si associa a una crescente vulnerabilità sociale.
«Più povero è il linguaggio, più il pensiero scompare. I regimi totalitari hanno sempre ostacolato il pensiero, attraverso una riduzione del numero e del senso delle parole. Se non esistono pensieri, non esistono pensieri critici. E non c'è pensiero senza parole.»
Per il professor Gian Luigi Beccaria (L’italiano che resta, #Einaudi) è il “disamoramento” dei ragazzi alle poesie e ai testi letterari ad aver impoverito il linguaggio. Dobbiamo cioè insegnare alle nuove generazioni che le parole sono potere. Se il cibo è il nutrimento del corpo, la letteratura è il nutrimento della psiche.
Professor X


Riguardo all'argomento in essere, mi sono già imbattuto in temi del genere, sull'impoverimento del linguaggio, sull'analfabetismo emotivo che leggo qui, su quello funzionale e su quello di ritorno.
Nel secondo caso, l'incapacità di comprendere, valutare e usare le informazioni che si riscontrano nell'attuale società e che sarebbe uno dei fenomeni più diffusi e preoccupanti degli ultimi anni.
Quello di ritorno poi, come la perdita nel tempo delle nozioni acquisite in un percorso scolastico e via via perse per il mancato esercizio di quanto è stato a suo tempo appreso.
Altri fenomeni concomitanti, la media del Q.I. la cui media andrebbe vistosamente a diminuire e l'abbassamento preoccupante della conoscenza della parole e il ridursi quindi della capacità di formulare dei concetti.
Mi chiedo quanto possa incidere su tali fenomeni il passaggio da una cultura ristretta, goduta da una parte circoscritta della società a una cultura di massa che, analizzata nell'insieme, ha abbassato la media culturale che prima era osservata su un numero più ristretto di individui.
Consideriamo la Grecia antica, considerata la culla della civiltà e della filosofia, con i personaggi che le hanno dato lustro, da Talete a Socrate, a Platone, etc. che non erano rispetto alla massa che quattro gatti.
Se cercassimo di trarre una media culturale dai sapienti di quel tempo, questa risulterebbe piuttosto alta, in relazione alle conoscenze di allora. Ma se un'ipotetica ricerca comprendesse la popolazione greca in toto, la media culturale si abbasserebbe in modo vertiginoso.
L'informazione e la cultura che una cinquantina di anni fa erano filtrate dalle testate giornalistiche, dalla RAI e poi dalla televisione di stato, sono state massificate con la liberalizzazione dei canali televisivi, con la proliferazione delle fonti d'informazione e i social su internet, un altro fenomeno che ha abbassato la qualità delle notizie alle quali siamo in grado di accedere e questo fenomeno ritengo che possa contribuire a far diminuire la capacità intellettiva di un certo tipo di destinatari.
Da più di cinquant'anni poi, non ho fatto che sentir parlare dell'endemica fuga di cervelli dal nostro paese e che, a livello di letteratura in particolare e cultura in generale, c'è sempre stata più gente che scrive rispetto a quella che legge.
E' più che possibile che sbagli, ma ritengo che il rapporto tra un gruppo di un certo livello intellettuale e la massa, esistenti nella nostra società, non sia poi tanto cambiato, solo che il gruppo citato è sempre quello che fa meno notizia, anche se poi via via si manifesta con i lavori intellettuali che produce, anche se poco individuati dalla cultura di massa.




 

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